PIÙ CALMO DELL’ACQUA – INTERVISTA / QUIETER THAN WATER – INTERVIEW


Berislav Blagojević, classe 1979, è una delle voci più brillanti e poliedriche della nuova letteratura bosniaco erzegovese. E’ l’autore di Tiši od vode [Più calmo dell’acqua, 2013], un requiem sulla guerra privo di ogni schermo ideologico sulle perduranti contraddizioni del dopoguerra. Intervista (Giuliano Geri)
Danilo Mišić è un tranquillo geografo che si ritrova improvvisamente gettato nel fango di una guerra fratricida. Durante un’operazione militare commette un banale quanto tragico errore di lettura delle mappe, che dà origine a un sanguinoso fuoco amico e lo segna per sempre. Vittima di un paralizzante disturbo allucinatorio da stress post-traumatico, viene trasferito dai campi di battaglia alla non meno assurda dimensione di un ospedale psichiatrico, prigioniero della propria mente e abbandonato a se stesso da medici negligenti e in certi casi corrotti. Si chiude in una coltre impenetrabile di silenzio e l’unica forma di comunicazione con il resto del mondo è un carteggio immaginario con un suo omonimo compagno di destini, lo scrittore russo Daniil Charms. A lui affida pensieri e meditazioni, in un inarrestabile flusso dialogico dove la realtà quotidiana è intrisa di paradosso, ogni sistema di valori viene sovvertito e l’uomo comune è ridotto a inconsapevole esecutore del male, niente più che muta e indistinta carne da cannone. Un ritratto allo specchio di un lucido e sofferente visionario, scandito dal drumming dei Pearl Jam e accompagnato dalle sinfonie oniriche dei Pink Floyd, cui fanno da contrappunto le ballate di Bob Dylan e Leonard Cohen.
Danilo Mišić è l’antieroe di Tiši od vode [Più calmo dell’acqua, 2013], un romanzo intenso e spiazzante, una rigorosa riflessione sulla fiducia nel prossimo, sulla libertà di scelta, sul degrado morale e su quel persistente disagio collettivo chiamato “transizione”. Un requiem sulla guerra, in cui tutti sono indiscriminatamente vittime, e insieme un affresco amaro, a tratti grottesco e privo di ogni schermo ideologico delle perduranti contraddizioni del dopoguerra.L’autore, Berislav Blagojević, classe 1979, è una delle voci più brillanti e poliedriche della nuova letteratura bosniaca. Nato a Slavonski Brod da una famiglia serba, ha dovuto fare i conti con la guerra poco meno che adolescente. Con il deflagrare del conflitto in Slavonia la madre lo affidò a un vicino di casa, musulmano, il quale se lo caricò in macchina e spacciandolo per suo figlio, riuscì a eludere i posti di blocco e a metterlo in salvo presso alcuni parenti a Doboj. Erano i primi mesi del 1992. Oggi Berislav vive a Banja Luka. Una storia, la sua, autenticamente e tristemente bosniaca.. Una storia, la sua, autenticamente e tristemente bosniaca.
Nel romanzo ritroviamo le stesse atmosfere rarefatte, la stessa sospensione su un abisso di attese silenti e ordinaria rassegnazione di cui sono compenetrati i versi della raccolta Trebao sam biti riječ [Sarei dovuto essere una parola, 2005] e i racconti di Ja, revolucionar [Io, rivoluzionario, 2010-2012]. Uno di questi ultimi è stato selezionato come migliore short story della narrativa bosniaca contemporanea e inserito da uno dei curatori, l’artista Mladen Miljanović, nel catalogo-antologia The Sea is my Land (Feltrinelli 2013, pp. 178-180), ed è disponibile in italiano con il titolo La fuga.
Non sappiamo e non sapremo mai da quale parte ha combattuto, quale causa o vessillo si è trovato forzatamente a sostenere, nessun dettaglio ce lo svela. Possiamo soltanto affermare che Danilo Mišić è la compiuta metafora dell’odierna Bosnia Erzegovina. Rinchiuso all’interno di frastagliati confini tracciati da altri, laddove il compasso ha seguito pedissequamente le scie di sangue e riprodotto le geometrie dei carnefici, e imbrigliato in un’astrusa impalcatura costituzionale e in una struttura amministrativa frutto di una logica manicomiale, il Paese vive un’inscalfibile, permanente immobilità.

Una classe politica negligente e per lo più corrotta, una gigantesca e diabolica macchina burocratica e uno sviluppo economico affidato all’opacità e talvolta alla provenienza illecita di investimenti esteri, si prendono cura di un paziente silenzioso e remissivo, preda degli incubi del passato e della statica agonia del presente, che al compiaciuto e ironico fatalismo riesce a opporre soltanto un immaginifico istinto di fuga. Un paziente cronico rintronato dalla damnatio memoriae e da una sempreverde retorica identitaria, che sulle macerie di sé consuma la propria sofferenza e da quelle macerie attende invano una rinascita come il volo di un’Araba Fenice. Se l’inclinazione alla fuga di Danilo individuerà uno sbocco concreto grazie a un improvviso soprassalto di etica professionale di uno degli psichiatri che lo hanno in cura, e porterà alla riscoperta di una serenità perduta, ci chiediamo quale medico sarà mai in grado di guarire la Bosnia Erzegovina e indicarle un futuro di stabilità e prosperità.
Approfittiamo della recente tornata elettorale per porre alcune domande a Blagojević, a cavallo tra politica, società e letteratura.

In che misura la tua storia personale si nasconde dietro quella di Danilo Mišić? Che ruolo gioca la guerra nella tua opera letteraria?
Danilo Mišić ha nove anni più di me e ovviamente dispone di un bagaglio di esperienze e ricordi che per ragioni anagrafiche non può essere anche mio. Oltre a non aver studiato letteratura, e a non aver tradotto una sola riga di Charms, io non ho mai partecipato ad azioni di guerra. È un personaggio di assoluta finzione, che però esprime un diffuso modo di pensare e di vivere o per meglio dire sopravvivere impostosi nel dopoguerra. È un uomo che incarna le problematiche legate alla transizione e si interroga sulle più dirimenti questioni sociali, sul significato di nozioni quali amore e amicizia, e sulla funzione salvifica di musica e letteratura, da una prospettiva del tutto intima.
Non c’è dubbio che la guerra abbia cambiato nel profondo ciascuno di noi, a prescindere dalla nazionalità, dall’età e dallo status sociale. Ho l’impressione che ancora oggi, a diciannove anni di distanza, la gente continui a misurare il tempo con un metro specifico: “prima” e “dopo” il conflitto. La guerra non è la mia principale preoccupazione quando scrivo, ma talvolta è impossibile non farne un tema letterario. Tiši od vode non è un romanzo centrato sulla guerra, ma su ciò che accade “dopo”. E in un certo senso, alcuni dei miei racconti che affrontano delicati argomenti sociali non possono fare a meno di confrontarsi con la guerra, perché se non avessimo vissuto questa terribile esperienza, non saremmo quello che siamo. E questo vale anche per chi è nato “dopo”. Diciamo che la guerra gioca un ruolo evidente nel mio lavoro letterario, ma non ne faccio un’ossessione. Mi interessano molto di più le trasformazioni, le incongruenze e le assurdità che sono intervenute “dopo”.

In attesa dello spoglio definitivo e dei risultati ufficiali, possiamo affermare di trovarci di fronte a un Paese condannato all’instabilità, alla permanente crisi economica e sociale, alle divisioni interne?
Non mi sento a mio agio quando sono chiamato a dare un commento su questioni di politica interna, poiché essa, soprattutto nei suoi riflessi sulla vita quotidiana, rimane per me un qualcosa di strano e incomprensibile, che sfugge spesso alle più elementari categorie logiche. Di solito mi difendo dicendo che non sono un esperto… E tuttavia, da cittadino, temo di non poter smentire l’affermazione secondo la quale rispetto all’instabilità, alla crisi economica e alle divisioni interne, non ci sarà alcun cambiamento a breve termine, a prescindere da chi vincerà le elezioni. Inoltre è tragico se non addirittura ridicolo il fatto che a dieci giorni di distanza non disponiamo ancora dei dati definitivi. Questo dato è abbastanza eloquente.

Le cause di ciò che si profila sempre più come un perpetuo dopoguerra sono da ritrovare nelle separazioni intestine – che provocano a loro volta un interminabile processo di transizione – o nel complesso scheletro istituzionale disegnato a Dayton? Sono la crisi profonda e la mancanza di prospettive future che spingono l’elettorato bosniaco ad affidarsi a posizioni politiche consolidate o a scegliere l’astensionismo? Oppure è il trattato di ingegneria costituzionale uscito da Dayton a impedire di per sé qualsiasi uscita dallo stallo politico-istituzionale?
Bisogna prima di tutto capire che da queste parti il principio dell’“interesse nazionale” è sacro; è un soverchiante mantra politico intonato da tutte le componenti in gioco. Dove l’aggettivo “nazionale” è beffardamente opposto al suo significato naturale: in Bosnia non esiste ancora un concetto di “nazione”, solo di “nazionalità”. Ogni proposta di cambiamento che viene dall’interno del sistema politico o dalle organizzazioni civiche è vista puntualmente come un attacco a tale principio. Si tratta di una carta che viene giocata spesso e che vince sempre. È ovvio che le élite politiche puntino alla preservazione dello status quo, a un perenne stato di crisi e di paura, perché è più facile governare in un clima simile. Si può dare la colpa agli “ingegneri” di Dayton, ai burocrati dell’UE, ai politici locali o agli affaristi internazionali che trovano in Bosnia un terreno fertile: ciascuna di queste accuse è di per sé corretta e giustificata. Tuttavia, se esiste una democrazia anche in questa parte d’Europa (e voglio credere che sia così), allora siamo noi, gente comune, i primi responsabili del disastro attuale. Nonostante la situazione nel Paese impedisca a molti una vita normale – una vita almeno coerente con gli standard del XXI secolo noi, gente comune, non abbiamo ancora toccato il fondo. Quando accadrà, il cambiamento avverrà di conseguenza, perché la fame non riconosce alcuna identità etnica.

Pensi che l’ordine geopolitico stabilito a Dayton rimarrà invariato nei prossimi anni o gli attuali confini, interni ed esterni, verranno ridisegnati? E in questo caso, in modo pacifico o attraverso nuovi conflitti?
Intendi il disordine geopolitico? Non so, al momento ogni congettura in tal senso è plausibile. L’unica cosa che posso dire è che nelle condizioni attuali lo Stato non risponde ad alcun criterio di funzionalità, e il complicato e confuso assetto amministrativo, insieme all’imponente apparato che produce, consumano la maggior parte di energie e di denaro, senza che i cittadini ne abbiano alcun beneficio. Qualsiasi cosa accada in futuro, posso solo pregare per una soluzione pacifica.

Che ruolo giocano gli scrittori e gli intellettuali in genere nell’attuale situazione? In che misura possono rappresentare una spinta al cambiamento?
Il potere della letteratura mi sembra eccessivamente enfatizzato. Non foss’altro che i più anziani mutano opinioni, abiti mentali e comportamenti con molta difficoltà, mentre i giovani non paiono mostrare alcun tipo di interesse alla parola scritta. Inoltre, di fianco alla censura ufficiale, agisce sempre una sorta di autocensura. Per esempio, nonostante Tiši od vode sia un romanzo contro la guerra, i media di Sarajevo, a esclusione di “Oslobođenje” e “Dani”, lo hanno volontariamente snobbato. E allo stesso modo nella Republika Srpska c’è un vuoto di informazione su ciò che accade nella scena letteraria delle altre entità del Paese. Non ne capisco la ragione, ma penso che in un ambiente simile lo scrittore abbia uno spazio d’azione e un ruolo nel dibattito pubblico oltremodo limitati. Come tutto il resto, anche le associazioni di scrittori o le società letterarie sono divise secondo l’appartenenza etnica e la nazionalità di riferimento. Certo, alla regola corrispondono sempre le eccezioni, ma non sono molte.

Tra gli autori bosniaci contemporanei più conosciuti in Italia e in Europa ci sono Miljenko Jergović e Aleksandar Hemon, due scrittori che hanno entrambi abbandonato il Paese durante la guerra, il secondo scrive addirittura in una lingua diversa da quella madre. Quali sono, secondo te, le ragioni della marginalizzazione degli autori bosniaco erzegovesi e in particolare della nuova e prolifica generazione di scrittori?
Credo sia dovuta al generale destino delle “piccole lingue” più che ad altri motivi. Diversi grandi scrittori di epoca jugoslava non hanno ottenuto, né in Europa né altrove, il riconoscimento o l’attenzione che meritavano. Un’altra ragione è che romanzi o racconti ispirati alla guerra o al dopoguerra, o che hanno nei conflitti che hanno segnato le nostre sorti un imprescindibile scenario mentale, sono fatalmente passé. Mentre l’Europa va avanti e guarda al futuro, noi siamo ancora avvolti e paralizzati dai nostri demoni, che chiunque viva lontano dai Balcani fatica a comprendere o non ha interesse ad approfondire. Un’ulteriore motivazione si può ritrovare forse nel fatto che le cattedre universitarie all’estero sono per lo più di lingua e letteratura croata o serba, e tendono così a promuovere la traduzione di autori provenienti dalla Croazia o dalla Serbia.

Tu sei un serbo-bosniaco, vivi in Republika Srpska, una parte della Bosnia Erzegovina che spesso sembra guardare più a Belgrado che a Sarajevo. Quanto risentono il tuo impegno intellettuale e il tuo lavoro letterario da questa difficile situazione politica?
Per quanto mi riguarda, io scrivo in serbo, il mio editore è di Belgrado e senza dubbio considero il mio lavoro parte della letteratura e della cultura serba. Naturalmente sono un cittadino della Republika Srpska, dunque cerco di misurarmi con la scena letteraria e il dibattito culturale della Bosnia Erzegovina. Onestamente, non mi pongo granché la questione. Il mio mestiere è scrivere, nella maniera e nelle condizioni migliori possibili.

Tu sei solito ambientare le tue storie altrove, in un ampio spazio narrativo che va dagli Stati Uniti alla Georgia, dall’Inghilterra alla Germania. È la deformazione professionale del geografo oppure una sorta di fuga narrativa?
Un po’ entrambi, credo. Mi piace mettere a frutto i miei studi di Geografia collocando le mie storie in altri spazi, ma solo per sottolineare che le vicende e i destini umani sono o potrebbero essere universali. In un certo senso cerco di restringere il mondo e di mostrare come amore, sofferenza, guerra, tradimento e povertà si trovano in ogni angolo del pianeta. A ogni modo ci sono parti del globo che considero particolarmente interessanti e vicine al mio cuore, come la Georgia e la regione caucasica in generale. Ho voluto ambientare lì alcune short stories e non a caso Danilo Mišić trova la sua pace interiore a Batumi, una città georgiana sul Mar Nero – non alla ricerca di un luogo “esotico”, ma perché il Caucaso è uno spazio in tutto e per tutto analogo ai Balcani. Da un punto di vista storico, etnodemografico, religioso e politico, il Caucaso e i Balcani sono più simili di quanto si è soliti pensare. Capita talvolta che quando scrivo di Georgia, sto scrivendo in realtà del mio Paese.

Il tuo Paese, appunto. Hai mai pensato seriamente di andartene, di costruire la tua carriera letteraria altrove?
Nonostante sia una straordinaria fonte di ispirazione, nei suoi aspetti positivi così come in quelli negativi, il mio Paese non mostra alcun interesse per i suoi artisti, non crea le condizioni affinché essi siano un motore del suo sviluppo e dunque possano vivere, lavorare ed esprimere la propria creatività senza ostacoli reali, senza dover lottare quotidianamente per la sopravvivenza. E così non mi resta che risponderti: sì, ci penso ogni giorno che passa.

* Objavljeno na: balcanicaucaso.org

Quieter than water – Interview

Berislav Blagojević (1979) is one of the most brilliant and versatile voices in the new literature from Bosnia­Herzegovina, and the author of Quieter than water [Tiši od vode, 2013].

Danilo Mišić is a quiet geographer who is suddenly thrown into the mud of a fratricidal war. During a military operation, he commits a trivial, yet tragic mistake in reading maps, which stems a bloody friendly fire and marks him forever. Affected by a crippling, delusional post­traumatic stress disorder, he is transferred from the battlefield to the no less absurd realm of a psychiatric hospital, a prisoner of his own mind, left to his own devices by negligent, sometimes corrupt doctors. He clams up in a blanket of impenetrable silence, and only communicates with the rest of the world through an imaginary correspondence with his homonym and mate in destiny, Russian writer Daniil Kharms. To him, Mišić relays thoughts and meditations, in an unstoppable flow of dialogue where everyday life is full of paradox, each value system is subverted, and the common man is reduced to an unwitting perpetrator of evil. A portrait in a mirror of a lucid, suffering visionary, punctuated by the drumming of Pearl Jam and accompanied by the onyric Pink Floyd symphonies, with the counterpoint of Bob Dylan and Leonard Cohen ballads.

Danilo Mišić is the anti­hero of Tiši od vode [Quieter than water, 2013], an intense, surprising novel as well as a rigorous reflection on trust in others, freedom of choice, and the moral degradation of the persistent, collective discomfort called „transition“. A requiem on war, in which all are victims indiscriminately; a bitter, sometimes grotesque sketch, without any ideological screen on the absurdities of the post­war period.

Author Berislav Blagojević (1979) is one of the most brilliant and versatile voices of new literature from Bosnia and Herzegovina. Born in Slavonski Brod, he had to deal with war when he was not even a teenager. With the escalation of the conflict in Slavonia, his mother entrusted him to a neighbour, a Muslim, who took him in his car and, passing him off as his son, managed to evade the checkpoints and keep him safe with relatives in Doboj. It was the early months of 1992. Today Berislav lives in Banja Luka.
In the novel we find the same rarefied atmospheres, the same suspension over an abyss of silent expectations and ordinary resignation that pervade the verses of the collection “Trebao sam biti riječ” [I was supposed to be a word, 2005] and the stories of  “Revolucionar” [Revolutionary, 2010­/2012]. One of the latter was selected as best short story in contemporary Bosnian fiction and included by one of the curators, artist Mladen Miljanović, in the catalogue­anthology “The Sea Is My Land” (Feltrinelli, 2013, pp. 178­-180), available in Italian under the title La fuga.

We do not know – and never will – on which side he fought, which cause or flag he found himself forced to support. There are no details to reveal that. We can only say that Danilo Mišić is the accomplished metaphor of today’s Bosnia and Herzegovina. Locked up in jagged boundaries drawn by others, where the compass slavishly followed the trail of blood and reproduced the geometry of the executioners; embroiled in an abstruse constitutional framework and an administrative structure shaped by an insane logic, the country lives in adamant, permanent immobility.
A negligent, mostly corrupt political class, a giant, diabolic bureaucracy, and an economy dependent on foreign investments of opaque, sometimes illicit origin take care of a quiet, docile patient, prey to the nightmares of the past and the static agony of the present, that can only counter smug, ironic fatalism with an imaginative instinct to escape. A chronic patient dazed by damnatio memoriae and by an evergreen rhetoric of identity, that consumes its suffering on its own remains, and from those remains awaits in vain to be reborn like the flight of a phoenix. If Danilo’s inclination to flee finds a practical outlet thanks to a sudden surge of professional ethics in one of the psychiatrists who treat him, and leads him to rediscovering the lost serenity, we wonder which doctor will ever be able to heal Bosnia and Herzegovina and indicate a future of stability and prosperity.
We take advantage of the recent general elections to put some questions to Blagojević, between politics, society, and literature.

How much are your personal history and your own experience hidden behind Danilo Mišić? And which role does the war play in your literary work?

Since Danilo Mišić, the main character of Tiši od vode, is nine years older than me, obviously there are some memories and experiences that are not mine. For example, I didn’t study literature, or translated Kharms, or participated in war actions. He is a character of fiction, but he embodies a widespread way of thinking and of living – or, rather, surviving – which became mainstream in the aftermath of the war. There is no doubt that the war changed all of us, no matter what nationality or age or social status. And it seems to me that even today, 19 years after, people still measure time in a specific way – before and after the war. That is why sometimes I choose to return to warfare as a literary subject. War is not my main literary preoccupation; however, quite a few short stories I wrote are dedicated to this topic, as well as the novel Tiši od vode. But Tiši od vode is more focused on what happens after the war than on war itself. In a way, when I think about it, some short stories that deal with numerous socially delicate issues are actually tackling the subject of war, because if the war didn’t happen our lives would be different. In conclusion, I could state that the war plays a noticeable role in my literary work, but I’m not obsessed with it. I am rather more interested in all the absurdities and changes that came after the war.

Waiting for the ultimate counting of votes and the final results, we may say that from the recent elections a “new, old Bosnia” is emerging…

I’m not comfortable with commenting political issues since I’m not an expert. Politics, especially on a daily basis, is something pretty strange for me. You may agree, however, that the post­war transition, in this country, seems endless…
One has to understand that the ‘national interest’ is somewhat of a sacred thing here, an overwhelming political mantra on all sides. Every change, through the political system or non­governmental organisations, is considered as an attack on the ‘national interest’. The political elites want to preserve an everlasting status quo, a state of crisis and fear, because it is easier to rule in such an environment. Some might blame Dayton, others the International community, some might blame the local politicians or the EU bureaucrats or the large businesses. Everyone might be right. However, if democracy really exists in these parts of Europe (and I wish to believe it does), then we, the people, are even more guilty. In my opinion, although the situation in the country is hard, we haven’t hit rock bottom yet. When that happens, changes will come, because hunger does not recognize ethnicities.

Do you think that Dayton’s geopolitical order will remain unchanged in the next decades or that the Bosnian current borders and internal lines will be redesigned? In this case, by peaceful means or through new conflicts?

You mean geopolitical disorder? I really can’t speculate. All I can say is that a country in this state is not functional, and that is consuming a lot of energy and money through the administration and a confusingly complicated apparatus, giving almost nothing in return to its citizens. And yes, what ever happens, I’m praying for peaceful solutions.

Which role do writers play in the Bosnian current framework? How far can they represent a driving force for change?

Unfortunately, it seems that the power of literature is overemphasized. Older people change their views and ways very reluctantly, while the youth are not interested in the written word. Moreover, there is always a kind of self­censorship and censorship. For instance, although Tiši od vode is an antiwar novel, some media from Sarajevo refused to talk about it (others, like “Oslobođenje“ or “Dani” did!). And vice versa – in Republika Srpska there is a lack of information on what is going on in the literary scene in other parts of the country (naturally, there are personal writer-to-writer info and book sharing). I really do not know the reason, but I think that in this kind of environment, a writer has a very narrow space to act. Like everything, the literary associations or societies are also divided on entity or national level. Of course this is not a rule, but…

Despite a new, very interesting and prolific generation of writers, the only two well-known Bosnian authors in Europe are Miljenko Jergović and Aleksandar Hemon. Both of them abandoned the country during the war, the latter even writes in a different language. Which are, according to you, the reasons for this marginalization?

This is more the consequence of a destiny of ‘small language(s)’ than of other possible reasons. Even some very well known authors from the Yugoslav era are not recognized in Europe. The other reason is that war, or post­war stories/novels, are passé, Europe moved on while we are stuck with our demons. People outside the Balkans are not interested in reading this. One more reason perhaps is that former Slavic departments in universities abroad (now mostly for Croatian and Serbian literature and language) translate only contemporary authors from Croatia and Serbia.

You are a Bosnian Serb, belonging to a community which doesn’t recognizes herself entirely in the State it belongs to, but which is considered just as a peripheral reality by Serbia. How much does your literary engagement and work gets affected by this situation?

I am writing in Serbian, my publisher is from Belgrade and without any doubt I consider my work to be part of the Serbian literature and culture. Of course, since I’m living in Bosnia, my work belongs to the Republika Srpska and Bosnia and Herzegovina literary scene. I don’t think about this very often, to be honest. My job is to write the best I can.

Except for Tiši od vode, you are used to set your stories in several places, from the US to Georgia, from England to Germany. Is it because of the professional deformation of a geographer or for a narrative escape?

A little bit of both, I suppose. I like to use my knowledge in Geography to set my stories elsewhere, but just to point out that human destinies and experiences are or might be universal. In a way, I’m trying to shrink the world, to show how love, suffer, war, betrayal, poverty, etc. are to be found in every corner of the planet. However, there are parts of the globe that I find very interesting and close to my heart – like Georgia and the Caucasus region in general. I wrote quite a few stories about these areas (even Danilo Mišić from Tiši od vode found his inner peace in Batumi, Georgia!), not just to write about ‘exotic’ places, but using the Caucasus as an analogue space to the Balkans. Historically, ethno-demographically, religiously, politically, the Caucasus and the Balkans are more alike than one might think. So, sometimes when I write about Georgia, I actually write about Bosnia.

Have you ever thought about leaving your country, to try your luck elsewhere and to make the most of your literary work and career abroad?

One has to understand that although very inspiring (for all its good and bad characteristics), this country doesn’t care much for its artists, and does not provide the basics for those who wish to live and create without obstacles. So yes, I think about it every single day.

Published at: balcanicaucaso

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